Guida dopo cannabis terapeutica: paziente assolto dal tribunale
Vale sempre la pena commentare casi a lieto fine ogni tanto, giusto per ricordare – di fronte al sensazionalismo giornalistico affamato di scandali e brutte notizie di cronaca – che non tutto ciò che è cannabis è “droga”, e non tutti i suoi assuntori sono “tossicodipendenti”.
I fatti succedono a Torino e ricalcano un copione molto noto: una persona che aveva assunto cannabis molte ore prima di mettersi alla guida, resta coinvolta in un sinistro stradale e, portata in ospedale per gli accertamenti e le analisi di routine, viene trovata con un tasso di THC (principio attivo della cannabis) superiore al cut off. Scatta la contestazione del reato di guida in stato di alterazione (ora ribattezzato guida sotto l’assunzione di sostanze stupefacenti) e un lungo percorso giudiziario affrontato con forza e tenacia per far uscire una semplice verità: non soltanto la conducente non era alterata alla guida, ma il consumo di cannabis l’aiuta a vivere e svolgere le sue quotidiane attività di vita – tra cui guidare – trattandosi di una paziente in cura proprio con farmaci a base di cannabis.
In gioco vi era la sua dignità come persona, come sempre accade quando innocenti devono affrontare un giudizio penale, con l’aggravante – in questo caso – che a processo è andata per colpa della malattia e della terapia del dolore con la quale era in cura. A ciò si aggiunga, poi, anche la beffa – o più propriamente il danno – perché l’autovettura, completamente distrutta nel sinistro, non veniva risarcita dall’assicurazione in ipotesi di commesso reato.
L’ottimo lavoro di squadra con il consulente medico scelto ha consentito di far breccia sulla sensibilità del Tribunale, il cui giudizio si è appuntato proprio sulla “scienza”:
«Le risultanze della perizia tecnica redatta dal consulente della difesa Dott. C.P. che acquisiva la documentazione clinica relativa alla patologia di cui soffre l’odierna imputata, evidenziano che i valori riscontrati in sede di esame tossicologico sono da mettere in relazione alla terapia medica alla quale la C. è sottoposta da diversi anni in considerazione del quadro polipatologico di cui è affetta. Il perito precisava infatti che nel consumatore cronico a scopo medico, come nel caso dell’imputata, raggiunto un equilibrio tra i depositi e i livelli plasmatici da cannabinoidi, l’intensità degli effetti psicotropi non può essere correlata con la concentrazione del THC nel plasma e concludeva affermando che la C. all’epoca dei fatti per cui è processo era assolutamente tollerante nei confronti dei potenziali effetti secondari dal momento che la dose di THC assunta al tempo dell’accaduto veniva assunta già da diversi mesi dietro prescrizione medica».
La conclusione è stata l’assoluzione e, poi, anche il ristoro, da parte dell’assicurazione, del danno materiale subito; resta però la necessità di emancipare la cannabis da facili stereotipi e, purtroppo, la strada è ancora lunga.


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